Perché viene la depressione? Le cause che nessuno ti ha spiegato
Marco è entrato in studio la prima volta con quella faccia di chi vuole dirti subito una cosa importante: "Dottore, sento di stare male, ma non sono depresso.”
Gli ho chiesto di raccontarmi.
Ha quarantadue anni, un lavoro che funziona, una famiglia che — dice lui — "non si può lamentare". Dorme poco, mangia senza tanto appetito, al mattino fatica ad alzarsi non perché sia stanco, ma perché non trova un motivo sufficiente per farlo. Le cose che amava — la musica, le lunghe camminate, le serate con gli amici — le ha abbandonate una ad una, quasi senza accorgersene. Come si spegne una luce, piano piano, finché non te ne accorgi solo quando è già buio.
"Non sono depresso", mi ha ripetuto. "È che ho perso piacere nel fare le cose."
Questa è una frase che sento spesso: molte persone arrivano in studio con un peso enorme sulle spalle, convinte che il problema sia altrove — lo stress, la stanchezza, "un periodo difficile". E invece no. Quello che portano si chiama depressione.
Ma dire depressione non significa dire malattia del cervello, deficit di serotonina, qualcosa da correggere con la pillola giusta. O meglio: non significa solo questo. Per capire perché, dobbiamo fare un passo indietro.
La depressione e la serotonina: un pezzo di verità non è tutta la verità
Negli anni '70 del secolo scorso, l'American Psychiatric Association pubblicò il DSM — il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. In quello stesso periodo, alcuni studi mostrarono come nei pazienti depressi fosse presente una carenza di serotonina, un neurotrasmettitore che permette alle cellule del cervello di comunicare tra loro.
La conclusione fu semplice: la depressione è causata da una carenza di serotonina. Aumenta la serotonina, curi la depressione. Nacquero così gli antidepressivi moderni.
Questa visione ha avuto un merito importante, e vale la pena riconoscerlo: ha tolto il peso della colpa da chi soffre. La depressione non è pigrizia, non è debolezza di carattere, non è una scelta. È qualcosa che succede e di cui non si ha colpa.
Il problema è quando ci si ferma lì.
I medici di famiglia cominciarono presto a segnalare che molti pazienti mostravano gli stessi sintomi dopo un lutto o dopo una perdita importante (lavoro, relazioni). Questa osservazione apriva una domanda importante: se la depressione fosse soltanto un problema chimico del cervello, come si spiegherebbero i sintomi di chi ha appena perso una persona amata?
La serotonina conta, il cervello conta e in alcuni casi anche i farmaci possono essere strumenti preziosi. Ma la sofferenza umana non può essere ridotta soltanto a questo.
La domanda che dovremmo porci è un'altra: la serotonina spiega davvero tutto? Oppure stiamo osservando soltanto una parte del problema?
Perché viene la depressione: quello che sappiamo da sempre
Concentrarsi soltanto sulla causa organica ha fatto perdere di vista qualcosa che, come esseri umani, sappiamo da sempre: ogni persona ha bisogni fisici fondamentali quali cibo, acqua, riparo, aria pulita. Se mancano, il corpo soffre.
Allo stesso modo, ogni persona ha bisogni psicologici fondamentali: abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa e di qualcuno, di appartenere; di sentirci riconosciuti, di sapere che per qualcuno contiamo davvero. Abbiamo bisogno di relazioni che ci nutrano, di legami significativi, di un futuro che abbia senso.
Quando queste dimensioni vengono meno, qualcosa dentro di noi comincia a soffrire.
Le spinte vitali: quando la vita smette di muoversi
C'è un modo ancora più preciso per capire da cosa nasce la depressione: gli esseri umani nascono già orientati verso la vita.
Il bambino si muove verso il mondo. Cerca il contatto con gli altri, desidera capire ciò che lo circonda e sperimenta continuamente nuove possibilità. Vuole sentirsi parte di qualcosa, ma allo stesso tempo desidera esprimere la propria natura. Vuole sviluppare le proprie capacità, coltivare i propri talenti e trovare, poco alla volta, il proprio modo di stare al mondo.
Con il passare degli anni questa spinta non scompare, possono cambiare le forme ma non cambia la direzione.
Continua ad avere bisogno di relazioni nelle quali sentirsi accolto e continua ad avere bisogno di esprimere ciò che sente davvero dentro di sé.
Ed è proprio quando si perde il contatto con queste due dimensioni fondamentali dell'esperienza umana che la depressione diventa più comprensibile.
Appartenenza
L'appartenenza non riguarda soltanto il bisogno di ricevere affetto o protezione. Riguarda il bisogno di sentirsi parte della vita degli altri e di permettere agli altri di diventare parte della propria. Riguarda la possibilità di condividere esperienze, costruire legami, prendersi cura e lasciarsi aiutare.
Quando questa spinta trova spazio, la persona sente di avere un posto nel mondo. Si percepisce connessa agli altri e sa di poter contare su qualcuno nei momenti difficili. Quando invece viene frustrata o compromessa, possono comparire solitudine, isolamento e un senso profondo di estraneità.
Espressione della propria natura

L'essere umano non cerca soltanto appartenenza.
Porta dentro di sé una spinta altrettanto profonda che lo orienta verso la crescita, la conoscenza e l'espressione della propria personale natura.
Ogni essere umano ha bisogno di sviluppare capacità, talenti e qualità che esistono già in forma potenziale e che chiedono di trovare spazio, forma ed espressione nella sua vita.
Quando questa spinta trova spazio, la persona sente di essere viva, non necessariamente felice ogni giorno, non libera dal dolore o dalle difficoltà, ma viva. Sente di stare andando da qualche parte e sente di avere una direzione.
Quando per essere amati si impara a nascondersi
Nessun essere umano cresce da solo.
Per sopravvivere abbiamo bisogno degli altri e abbiamo bisogno di essere amati, protetti e accuditi. E per mantenere questo legame impariamo presto qualcosa di fondamentale: alcune parti di noi vengono accolte più facilmente di altre.
Alcuni desideri ricevono approvazione, altri vengono ignorati. Alcune emozioni trovano spazio, altre creano disagio. Alcuni comportamenti vengono premiati, altri vengono scoraggiati.
Ed è in questo modo che, poco per volta, impariamo ad adattarci.
Non sto dicendo che l'adattamento non sia necessario anzi, senza di esso non potremmo vivere insieme agli altri. Il problema nasce quando, per conservare l'amore, l'approvazione o il senso di appartenenza, l'adattamento si trasforma in rinuncia.
Il bisogno di appartenenza e il bisogno di esprimere la propria natura non sono in contraddizione tra loro. Ogni bambino ha bisogno di sentirsi amato e, allo stesso tempo, di poter crescere esprimendo le proprie qualità, le proprie inclinazioni e i propri talenti.
Il problema nasce quando l'adattamento diventa una strategia per preservare il legame: poco alla volta si smette di mostrare ciò che si sente, ciò che si desidera e le parti più autentiche di sé.
Indossare una maschera alla fin fine significa proprio questo: dapprima si rinuncia a un desiderio, poi a un'emozione, poi a una caratteristica della propria personalità. Quindi si rinuncia ad esprimere un qualche talento personale ed infine si rinuncia ad esprimere intere parti di Sé.
Quello che in Analisi Transazionale chiamiamo copione di vita nasce proprio così: come il tentativo intelligente di un bambino di mantenere il legame con le persone da cui dipende. Il prezzo di questo adattamento non consiste soltanto nella rinuncia a parti importanti di Sé.
Con il passare degli anni anche le relazioni rischiano di diventare sempre meno autentiche. Gli altri continuano a conoscere la persona adattata, quella che si mostra disponibile, forte, efficiente o compiacente. Rimangono invece nell'ombra bisogni, emozioni, desideri e vulnerabilità.
È per questo che una persona può sentirsi profondamente sola pur essendo amata. Non perché manchino le relazioni, ma perché quelle relazioni si sono costruite attorno a una versione parziale della persona.
Quando una persona vive troppo a lungo lontano da queste dimensioni fondamentali dell'esperienza umana — l'appartenenza e l'espressione genuina della propria persona — qualcosa inizia lentamente a spegnersi. Non accade da un giorno all'altro. Possono volerci anni prima che le conseguenze diventino evidenti.
Ed è qui che la depressione diventa più comprensibile.
Giulia aveva cinquant'anni quando è arrivata da me. Bella presenza, voce ferma, il tipo di persona abituata a tenere tutto sotto controllo.
Mi ha raccontato di una vita costruita per gli altri: prima per i genitori esigenti, poi per un marito che "aveva bisogno di lei", poi per i figli, poi per il lavoro. Sempre disponibile, sempre efficiente, sempre lì.
"E lei?" le ho chiesto a un certo punto.
Mi ha guardato come se la domanda non avesse senso.
La sofferenza di Giulia mostrava proprio questo: dopo anni trascorsi ad adattarsi agli altri, una persona può perdere fiducia nella propria capacità di scegliere. Non sa più con chiarezza cosa desidera, cosa sente, quale direzione le appartiene davvero. E così inizia a cercare fuori ciò che non riesce più a trovare dentro di sé: qualcuno che dica chi bisogna essere, cosa è giusto desiderare e quale strada prendere.
La depressione, allora, non appare più come qualcosa di improvviso e misterioso, ma come il risultato di un progressivo allontanamento da ciò che rende una persona viva: la possibilità di costruire relazioni autentiche e la possibilità di esprimere la propria natura, sviluppando capacità e talenti.
Come si supera la depressione: cosa succede in terapia
Marco ci ha messo quasi un anno. Un anno di sedute in cui, piano piano, ha cominciato a raccontarsi: ha parlato del padre che lo aveva sempre sminuito; del lavoro scelto per compiacere qualcun altro. Della musica abbandonata a vent'anni perché "non era una cosa seria". Era il racconto di un uomo che aveva imparato a sopravvivere rinunciando a vivere.
Un giorno Marco è entrato in studio con un'aria diversa, sembrava imbarazzato: "Ho ripreso a suonare la chitarra", mi ha detto. "Solo mezz'ora la sera, dopo cena. Ma mi sembra strano."
"Strano come?"
"Strano che mi faccia stare bene una cosa così piccola."
Ma sapeva anche lui che non era una cosa piccola: era una spinta vitale che tornava a muoversi.

In terapia il lavoro non consiste semplicemente nell'eliminare i sintomi. Consiste nel comprendere che cosa quei sintomi stanno cercando di comunicare e nel creare le condizioni perché la persona possa tornare in contatto con parti di sé che, per molto tempo, sono rimaste nascoste.
Uno psicoterapeuta accompagna la persona a guardarsi dentro con curiosità invece che con paura e giudizio. La accompagna alla riscoperta di parti di sé che erano finite nell'ombra; la aiuta a riconoscere bisogni dimenticati, desideri messi da parte e possibilità che sembravano perdute. Sostiene la sperimentazione di modi nuovi di stare al mondo e favorisce la curiosità verso aspetti di sé che per anni sono stati evitati, temuti o semplicemente ignorati.
In terapia si torna gradualmente a fare ciò che i bambini fanno spontaneamente: osservare, esplorare, imparare. Si riaccende il desiderio di conoscere, di comprendere, di provare strade nuove. Si recupera la capacità di prendere decisioni assumendosene la responsabilità e, attraverso questo processo, si riscopre qualcosa che con la depressione viene dimenticato: la possibilità di incidere sulla propria esistenza.
In terapia si impara anche a togliere via via una maschera alla volta, a mostrare le parti di Sé tenute nascoste e a tollerare il rischio che non tutti comprendano o approvino questo cambiamento. Si impara, in altre parole, ad instaurare relazioni intime basate sull'autenticità e sulla reciproca conoscenza profonda.
La terapia non trasforma una persona in qualcun altro. Aiuta a recuperare parti di sé che, per adattarsi, erano rimaste nell'ombra.
La terapia è il luogo in cui una persona può imparare a costruire relazioni più autentiche e a dare voce a parti di sé che per troppo tempo sono rimaste in silenzio.
In conclusione: quando ci si allontana da ciò che ci fa sentire vivi
Molte persone depresse non hanno perso soltanto il buon umore, hanno perso il contatto con parti importanti di se stesse, con i propri bisogni, con i propri desideri e con la possibilità di scegliere una direzione sentendola davvero propria.
Le stesse persone, senza il contatto profondo e sincero con se stesse, hanno perso anche la capacità di creare relazioni autentiche e, proprio per questo, nutrienti.
Per questo motivo la depressione non può essere compresa soltanto guardando al cervello. Occorre guardare anche alla storia della persona, alle relazioni che ha vissuto, ai modi in cui ha imparato ad adattarsi e alle parti di sé che ha dovuto mettere da parte lungo il cammino.
Molte persone depresse non hanno smesso di funzionare; hanno smesso di sentirsi vive.
La domanda da farsi quindi non è soltanto:
"Come faccio a stare meglio?"
Ma anche: "Che cosa di me non sto ascoltando?",
"Che cosa ho smesso di desiderare?"
"Quale parte di me è rimasta nell'ombra troppo a lungo?"
Perché la strada che porta fuori dalla depressione coincide con quella che riporta una persona dentro se stessa.
FAQ
La depressione è sempre causata da una carenza di serotonina?
No. La serotonina è coinvolta nei meccanismi biologici della depressione e i farmaci antidepressivi possono essere utili in molti casi. Tuttavia la sofferenza depressiva non può essere spiegata soltanto attraverso la chimica cerebrale. Eventi di vita, relazioni, perdite, modalità di adattamento e storia personale contribuiscono in modo significativo alla comparsa e al mantenimento dei sintomi.
Si può essere depressi anche se si ha una famiglia, un lavoro e una vita apparentemente normale?
Sì. Molte persone depresse continuano a lavorare, a prendersi cura della famiglia e a svolgere le attività quotidiane. La depressione non coincide necessariamente con l'incapacità di funzionare. Spesso si manifesta come perdita di interesse, mancanza di energia, senso di vuoto, difficoltà a provare piacere o sensazione di vivere con il pilota automatico.
Perché una persona depressa si sente sola anche quando è circondata da persone che le vogliono bene?
La solitudine non dipende soltanto dalla quantità di relazioni presenti nella propria vita. Una persona può sentirsi sola quando non riesce a mostrarsi in modo autentico o quando ha la sensazione che gli altri conoscano soltanto una versione parziale di sé. In questi casi il problema non è l'assenza di legami, ma la mancanza di relazioni realmente profonde e significative.
Qual è il legame tra depressione e autostima?
Molte persone depresse hanno imparato, nel corso della vita, a mettere da parte bisogni, desideri o aspetti importanti della propria personalità per ottenere approvazione, sicurezza o appartenenza. Quando questo processo dura a lungo può indebolire la fiducia nelle proprie capacità, nelle proprie scelte e nel proprio valore personale, contribuendo alla comparsa della sofferenza depressiva.
La psicoterapia può aiutare a superare la depressione?
Sì. La psicoterapia aiuta a comprendere il significato dei sintomi, a riconoscere i modelli relazionali e le modalità di adattamento che mantengono la sofferenza e a recuperare un contatto più autentico con bisogni, emozioni, desideri e relazioni. In alcuni casi può essere integrata con una valutazione psichiatrica e con un trattamento farmacologico.
Quali sono i sintomi più comuni della depressione?
Tra i sintomi più frequenti vi sono tristezza persistente, perdita di interesse o piacere, stanchezza, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno e dell'appetito, senso di colpa, pessimismo e riduzione della motivazione. Non tutte le persone manifestano gli stessi sintomi e la depressione può assumere forme molto diverse da individuo a individuo.
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Post scritto da Leonardo Paoletta
Psicologo e psicoterapeuta Monza.
Sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed Analista Transazionale.



















































