Come funziona la psicoterapia
Introduzione
La psicoterapia funziona davvero quando chi la intraprende comprende come utilizzarla al meglio. Non è un processo immediato né intuitivo: non abbiamo esperienze di vita a cui paragonarla. Troppo spesso, nella fretta di iniziare, vengono trascurate spiegazioni fondamentali su cosa aspettarsi e su come partecipare attivamente. Ma proprio queste informazioni iniziali possono fare la differenza tra una terapia efficace e un percorso interrotto.
Gli studi dimostrano infatti che ricevere una spiegazione chiara all’inizio aiuta i pazienti a rimanere costanti, affrontare le difficoltà e trarre i benefici desiderati. È con questo obiettivo che nasce questa guida: offrirti alcuni punti di riferimento per vivere al meglio la tua esperienza terapeutica.
La terapia non è fatta di consigli
Spesso si pensa che andare in terapia significhi ricevere consigli da qualcuno più esperto o più lucido di noi.
Ma la psicoterapia non funziona così.
Ogni persona, quando dà un consiglio, parla inevitabilmente anche di sé: della propria storia, delle proprie ferite, delle proprie paure, del proprio modo di vedere il mondo. Un consiglio, persino il più sincero e ben intenzionato, dice:
“Se fossi al tuo posto, io farei così.”
Ma il punto è che tu non sei quella persona.
Hai una storia diversa.
Hai vissuto esperienze diverse.
Hai imparato a proteggerti, amare, temere e affrontare la vita in modi che appartengono soltanto a te.
Ed è per questo che consigli apparentemente sensati non funzionano. Non perché siano sbagliati in assoluto, ma perché non nascono dalla tua esperienza.
La psicoterapia, allora, non serve tanto a dirti cosa dovresti fare, ma ad aiutarti a comprendere meglio te stesso: il modo in cui vivi le relazioni, ciò che temi, il motivo di quell'ansia costante, quella tristezza che non riesci a spiegarti, perché quell'attacco di panico proprio adesso. Ti aiuta a scoprire ciò che desideri, le ragioni profonde di certe scelte o di certi blocchi.
Il cambiamento inizia proprio lì: quando smetti di cercare risposte preconfezionate valide per tutti e inizi a costruire risposte che abbiano davvero senso per te.
Non devi essere il paziente perfetto
Molte persone arrivano in terapia pensando, senza rendersene conto, di dover essere dei “bravi pazienti”.
Cercano di raccontare le cose nel modo giusto. Temono di dire qualcosa di stupido, di esagerato oppure qualcosa di “sbagliato”. Si vergognano di alcuni pensieri, di certe emozioni o di aspetti di sé che giudicano inaccettabili.
Così finiscono col portare in seduta soltanto la versione di se stessi che pensano possa essere più comprensibile, più razionale e più facile da accettare.
Ma lo scopo della psicoterapia non è fare bella figura davanti al terapeuta.
Anzi, molto spesso le parti di te più importanti da portare in terapia sono proprio quelle che vorresti nascondere: la rabbia, la vergogna, la gelosia, la paura di dipendere, il bisogno di essere approvato, oppure quei pensieri che ti fanno dire: “Questa cosa non dovrei nemmeno pensarla.”
E questo vale anche, e soprattutto, per ciò che puoi provare verso il terapeuta stesso.
Può capitare di sentirti giudicato o non capito. Oppure ti potrà capitare di provare rabbia verso il terapeuta oppure sentire che ti ha deluso in qualche maniera. Oppure potresti aver paura di deluderlo, di fargli perdere interesse o di sembrare “troppo” o “troppo poco”.
Ed è a quel punto che la terapia può diventare qualcosa di diverso da una semplice conversazione.
Perché inizi a fare esperienza del fatto che puoi mostrare aspetti di te che altrove hai sempre nascosto, controllato o censurato, senza che questo porti automaticamente al rifiuto, all’umiliazione oppure all’abbandono.
Ed è proprio da lì che inizia il cambiamento più importante.

Perché parlare con un terapeuta è diverso dal parlare con un amico
Molte persone, prima di iniziare una psicoterapia, si chiedono:
“Che differenza c’è tra parlare con uno psicoterapeuta e parlare con un amico?”
Gli amici sono importanti: possono sostenerci, ascoltarci, aiutarci nei momenti difficili e farci sentire meno soli. Ma una psicoterapia è qualcosa di diverso.
Un amico, inevitabilmente, è coinvolto nella relazione con te. Ha una sua storia, le proprie fragilità, i propri bisogni, le proprie opinioni. Può avere paura di ferirti, di perderti, di deluderti oppure di entrare in conflitto con te.
Alcuni amici possono essere estremamente sinceri, diretti e capaci di dirti cosa pensano, anche se fa male sentirsi dire quelle verità che preferiresti non ascoltare.
La questione centrale, però, è questa: un'amicizia si basa su una reciprocità naturale: ci si ascolta, ci si sostiene, ci si dedica tempo a vicenda. Ed è questo che le dà valore.
La relazione terapeutica, invece, funziona in modo diverso. Lo spazio della terapia è centrato su di te, sulla tua esperienza e su ciò che vivi. Non devi occuparti dei bisogni emotivi del terapeuta, proteggerlo oppure preoccuparti di dovergli “restituire” qualcosa sul piano personale.
Il terapeuta, inoltre, non è dentro la tua vita nello stesso modo.
Non ha bisogno che tu sia brillante, forte, gentile o sempre equilibrato.
Non si aspetta che tu lo protegga emotivamente.
E non ha bisogno di avere ragione o di vincere una discussione con te.
Questo permette alla relazione terapeutica di diventare uno spazio speciale: un luogo in cui puoi iniziare a guardarti senza paura di essere giudicato, rifiutato oppure abbandonato.
Ed è per questo che il terapeuta mantiene confini precisi. Non perché la relazione sia fredda o distante, ma perché proprio quei confini permettono alla terapia di restare uno spazio sicuro, stabile e centrato su di te.
A volte può essere frustrante. Può capitare di desiderare un rapporto diverso, più spontaneo oppure più simile a un’amicizia. Ma è proprio il fatto che quella relazione non funzioni come le altre, a rendere possibile un lavoro terapeutico profondo.
Perché, dentro quella relazione, puoi iniziare a vedere aspetti di te e del tuo modo di stare con gli altri che nella vita quotidiana passano inosservati.
Perché a volte dopo una seduta ci si sente peggio
Una delle cose che spaventano di più alcune persone è accorgersi che, dopo certe sedute, invece di sentirsi subito meglio si sentono più vulnerabili, confusi o emotivamente stanchi.
E questo può far nascere dubbi molto forti:
“Ma allora la terapia mi sta facendo stare peggio?”
“Forse sto sbagliando percorso.”
“Forse è meglio lasciar perdere.”
In realtà, almeno in alcuni momenti, può essere normale che accada il contrario di ciò che ci aspettavamo.
Per molto tempo hai funzionato trattenendo emozioni, controllando ciò che sentivi oppure cercando di andare avanti senza fermarti troppo a guardarti dentro. Questo equilibrio, anche se faticoso, ti ha permesso di continuare a lavorare, a prenderti cura degli altri, a rispettare gli impegni presi e a mantenere una certa immagine di te.
Una psicoterapia, però, inizia a mettere in movimento aspetti di te stesso che fino a quel momento erano rimasti compressi, evitati oppure anestetizzati. Emozioni, ricordi, paure, fragilità o bisogni che per anni erano stati tenuti sotto controllo.
Ed è per questo che certe sedute ti lasciano addosso qualcosa che continua a lavorare anche dopo essere uscito dallo studio. Potresti sentirti più fragile, più irritabile oppure insolitamente silenzioso.
E questo può spaventarti.
Naturalmente questo non significa che una terapia debba far stare male. Una psicoterapia non è utile perché fa soffrire, né il dolore è automaticamente sinonimo di profondità. Ma un cambiamento autentico raramente avviene restando sempre dentro gli stessi equilibri interiori che, pur facendo soffrire, per anni hanno dato una sensazione di protezione, controllo o sopravvivenza emotiva.
Ed è proprio in questi momenti — quando emergono dubbi, paura o il desiderio di mollare tutto — che diventa importante riuscire a parlare di questo col terapeuta invece di sparire, saltare le sedute o chiudere bruscamente il percorso.
Il rapporto col terapeuta conta molto più di quanto immagini
Molte persone, specialmente all’inizio, si concentrano soprattutto sul metodo: “Che approccio usa?” “È meglio una terapia breve o lunga?” “Fa EMDR?” “Fa esercizi?” “Parla molto oppure poco?”
Sono domande comprensibili. Ma col tempo emerge un altro aspetto molto più importante: il tipo di relazione che si costruisce col terapeuta.
Perché una psicoterapia non è soltanto un insieme di tecniche applicate a un problema. È prima di tutto un’esperienza relazionale.
È la possibilità di cambiare i propri schemi emotivi, i pattern di comportamento e le reazioni automatiche apprese nel tempo, vivendoli e trasformandoli direttamente dentro una relazione sufficientemente sana e stabile.
Questo non significa che il terapeuta debba diventare un tuo amico, né che debba dire sempre ciò che il paziente vorrebbe sentirsi dire.
Significa, però, che il cambiamento psicologico non avviene soltanto “capendo” certe cose a livello razionale. Molte trasformazioni profonde iniziano quando alcune emozioni, paure, modalità di reagire e di stare nelle relazioni possono finalmente essere vissute in modo diverso rispetto al passato.
Ed è per questo che, col tempo, il rapporto col terapeuta finisce per contare molto più di quanto tu possa immaginare.

Succede che in terapia inizi a chiederti: “Dove l’ho imparato?”
Ad un certo punto della psicoterapia potresti chiederti:
“Perché mi ritrovo sempre negli stessi tipi di situazioni, anche quando so che mi fanno soffrire?”
A volte riguarda quello che succede nelle tue relazioni: con alcune persone non ti senti abbastanza; con altre non ti senti ascoltato oppure senti di doverti sempre meritare attenzioni e affetto.
Altre volte riguarda la maniera in cui ti parli o in cui ti tratti: pretendi sempre il massimo da te stesso e non accetti il fallimento; ti senti in colpa a mettere un limite oppure ad esprimere una tua opinione che potrebbe dispiacere a qualcuno; eviti il conflitto per paura di rovinare quella relazione.
Ed è qui che il tuo terapeuta può porti, per la prima volta la domanda: “Dove hai imparato a sentirti stupido?” “Dove hai imparato a sentirti in colpa?” “Dove hai imparato che, per non perdere le persone, devi essere sempre disponibile?”
Perché molti modi di reagire che oggi sembrano “naturali” non sono nati per caso. Sono nati come strategia per proteggerti, per adattarti ad un ambiente complicato e per ottenere amore e riconoscimento. Sono modi di stare al mondo che hai imparato molto presto nelle relazioni più importanti e significative della tua infanzia, spesso proprio quelle con i tuoi genitori.
Questo non significa che una psicoterapia debba trasformarsi in un processo ai propri genitori. Non è mai questo lo scopo ultimo.
Capire da dove arrivano certi schemi non serve a trovare colpevoli, ma a comprendere come alcune esperienze abbiano contribuito a costruire il modo in cui oggi guardi a te stesso, a come vivi le relazioni e a come affronti le emozioni.
Da bambini impariamo inconsapevolmente che per essere amati bisogna essere perfetti.
Oppure che mostrare rabbia è pericoloso.
Che bisogna essere forti.
Che i propri bisogni vengono dopo quelli degli altri.
Crescendo, molte di queste convinzioni continuano ad agire automaticamente anche quando non servono più. Anzi, diventano proprio ciò che mantiene in vita la sofferenza.
Per questo motivo una psicoterapia non consiste soltanto nel parlare del passato. Questo è un vecchio cliché. Il passato interessa nella misura in cui continua ad abitare il presente: nel modo in cui ti relazioni, nelle persone che scegli, nelle paure che senti, nelle emozioni che trattieni, oppure nelle situazioni che continui a ripetere anche quando una parte di te vorrebbe finalmente uscirne.
Quanto dura una psicoterapia?
È una delle prime domande che molte persone fanno:
“Quanto tempo ci vorrà?”
Ed è comprensibile. Quando si soffre si ha bisogno di capire se esiste una prospettiva, se il dolore che si sta vivendo avrà una fine e quanto bisognerà aspettare per stare meglio.
La verità è che la durata di una psicoterapia dipende soprattutto da cosa si sta cercando di cambiare.
Ci sono situazioni in cui una persona ha bisogno di affrontare una fase specifica della propria vita: la fine di una relazione, un lutto, un periodo di forte stress, una crisi lavorativa oppure un momento di difficoltà circoscritto. In questi casi anche un percorso relativamente breve può essere molto utile.
Altre volte, però, la sofferenza non riguarda soltanto un episodio preciso ma modalità molto più profonde e radicate: il modo di vivere le relazioni, la paura dell’abbandono, il bisogno continuo di approvazione, la difficoltà a mettere confini, il sentirsi costantemente sbagliati, la tendenza a scegliere sempre persone che fanno soffrire oppure il bisogno di controllare tutto per non sentirsi vulnerabili.
E questi aspetti non nascono in poche settimane. Si sono costruiti nel corso di molti anni, fin dall’infanzia, diventando parte del proprio modo abituale di stare al mondo.
Per questo motivo certi cambiamenti richiedono tempo.
Una persona può sapere perfettamente, ad esempio, di meritare rispetto nelle relazioni e continuare comunque a sentirsi attratta da rapporti in cui viene trascurata, svalutata o trattata male. Oppure può sapere di non dover pretendere la perfezione da se stessa e continuare lo stesso a vivere ogni errore come una colpa.
È una situazione che molte persone conoscono bene: “Lo so che non va bene… ma non ci riesco proprio a fare diversamente.”
Ed è proprio qui che emerge il limite di un cambiamento soltanto razionale.
Perché tra il capire qualcosa e riuscire davvero a viverla nel profondo di se stessi c'è una distanza enorme.
Una persona può ripetersi mille volte di avere valore e continuare comunque a sentirsi sbagliata, non abbastanza o sostituibile nelle relazioni importanti. Non perché sia “irrazionale”, ma perché certi modi di sentirsi non cambiano semplicemente attraverso uno sforzo di volontà, un esercizio mentale o una frase motivazionale detta a se stessi davanti allo specchio.
Ed è anche per questo che alcune trasformazioni richiedono tempo, continuità e una relazione dentro cui certe esperienze emotive possano essere vissute in modo diverso rispetto al passato.
L’obiettivo di una psicoterapia, in ogni caso, non è creare dipendenza dal terapeuta né prolungare il percorso inutilmente. Un terapeuta esperto ti aiuterà gradualmente a sentirti più libera, più consapevole e più capace di affrontare la tua vita senza avere bisogno della terapia per sempre.
Quando viene voglia di interrompere la terapia
Quasi tutte le persone, prima o poi, attraversano un momento in cui pensano di mollare la terapia.
A volte succede dopo una seduta particolarmente intensa. Altre volte quando si inizia a stare un po’ meglio e nasce la sensazione di non aver più bisogno di continuare.
In certi casi, invece, emerge qualcosa di più difficile da riconoscere: la paura di dipendere dal terapeuta, il timore di essere troppo coinvolti emotivamente oppure la sensazione che la terapia stia toccando aspetti di te che sarebbe più facile lasciare dov’erano.
E spesso il desiderio di allontanarsi non si presenta in modo esplicito.
Inizi a convincerti di essere troppo impegnato e potrai rimandare una o due sedute. Ti dirai: “Questa settimana salto.” “Ormai ho capito.” “Non so se abbia ancora senso continuare.”
Naturalmente a volte interrompere una terapia è la scelta giusta. Non tutti i percorsi funzionano, non tutti i terapeuti sono adatti a tutte le persone e non tutte le terapie devono durare a lungo.
Ma altre volte la voglia di mollare arriva proprio quando il percorso sta iniziando a diventare emotivamente significativo.
Ti potrà capitare, ad esempio, di sentirti arrabbiata col terapeuta, delusa, non abbastanza compresa oppure ferita da qualcosa accaduto durante una seduta. E quando succede, la tentazione di allontanarti può sembrare la soluzione più naturale: “Non mi ha capito.” “Forse questa terapia non funziona.” “Tanto è inutile spiegarsi.”
In molte relazioni della vita, infatti, è proprio così che le cose finiscono: ci si chiude, ci si allontana oppure smetti di parlare di ciò che provi davvero.
Ed è per questo che, prima di sparire o interrompere improvvisamente, è molto importante che tu ne parli apertamente col tuo terapeuta: sentiti libero ed autorizzato a parlargli della rabbia, della delusione, della sensazione di non essere stato visto o compreso fino in fondo, oppure del desiderio stesso di andartene o dell'idea che il tuo percorso sia arrivato alla sua conclusione.
In questo modo, per la prima volta, puoi fare l’esperienza che la rabbia, un’incomprensione o una delusione non stiano per forza a significare che la relazione debba chiudersi o che l'altra persona debba sparire o allontanarsi.
E lì scopri che le relazioni possono essere "riparate", che puoi essere arrabbiato con qualcuno ma restare in relazione con questi e che, anche dopo una delusione, puoi darti il permesso di restare in quella relazione perché hai sperimentato anche aspetti positivi (e non solo quelli negativi) nello starci in relazione.
Come capire se la psicoterapia sta funzionando
Molte persone, dopo le prime sedute, iniziano a chiedersi:
“Ma sta funzionando?”
Ed è una domanda importante. Soprattutto perché il cambiamento psicologico raramente assomiglia a qualcosa di lineare o immediatamente evidente.
A volte ci si aspetta che una terapia efficace produca rapidamente sollievo, chiarezza o sicurezza. E in alcuni momenti può accadere anche questo. Ma spesso i primi cambiamenti sono più sottili e meno spettacolari di quanto immagini.
A volte il primo segnale che qualcosa sta cambiando è molto concreto: un sintomo che prima occupava gran parte della tua vita, perde di intensità, di frequenza oppure ti accorgi che ha meno potere su di te.
Gli attacchi di panico diventano meno frequenti.
L’ansia smette di essere costantemente presente.
Ci si sente meno svuotati, meno bloccati oppure meno sopraffatti da pensieri che fino a poco tempo prima sembravano ingestibili.
E naturalmente questo conta.
Ma spesso il cambiamento non riguarda soltanto la riduzione del sintomo. Col tempo iniziano a trasformarsi anche il modo in cui vivi te stesso, le relazioni e le situazioni emotivamente difficili.
Ed è qui che può comparire quello che mi piace definire "il regalo inaspettato della psicoterapia": vai in terapia per curare i sintomi della depressione, gestire l’ansia, liberarti dagli attacchi di panico oppure superare un momento difficile… e ti accorgi che sta cambiando anche altro.
Inizi a mettere limiti nelle relazioni senza sentirti in colpa.
Riesci a dire ciò che provi invece di trattenere tutto.
Smetti di attribuirti responsabilità per cose che non dipendono da te.
Impari a chiedere aiuto.
A riconoscere le relazioni che ti fanno stare bene e decidere se continuare a tollerare quelle che ti feriscono.
Smetti di rimproverarti di continuo e inizi a trattarti meno duramente, imparando a comprendere te stesso nei momenti difficili.
E spesso emergono sensazioni che non provavi da molto tempo: presenza, curiosità verso te stesso e verso gli altri, desiderio, vitalità, capacità di tollerare le difficoltà senza sentirti immediatamente travolto o disperato.
Così la psicoterapia smette di essere soltanto un modo per eliminare un sintomo e diventa anche la possibilità di vivere la propria vita in maniera più piena, più autentica e vicina a chi sei veramente.

Anche la fine della terapia è parte della terapia
Prima o poi arriva un momento in cui inizi a pensare che forse non hai più bisogno di quel percorso come prima.
A volte succede gradualmente. Ti accorgi che alcune difficoltà che un tempo sembravano ingestibili occupano meno spazio nella tua vita. Altre volte emerge il desiderio di capire se riesci a camminare da solo, senza avere più bisogno di quello spazio settimanale.
Questa fase porta spesso con sé emozioni contrastanti.
Da una parte può esserci soddisfazione per il percorso fatto, il senso di sentirti cambiato, più libero o più vicino a te stesso. Dall’altra, possono emergere tristezza, paura, nostalgia oppure il timore di perdere una relazione che, col tempo, è diventata importante.
Ed è per questo che la conclusione di una terapia non è soltanto una questione organizzativa.
Poterti fermare a parlare col terapeuta di ciò che è stato il percorso, guardare insieme cosa è cambiato, cosa senti di aver compreso meglio di te stesso e cosa invece percepisci ancora fragile o incompiuto, è una parte molto importante della terapia.
Per la prima volta, puoi fare esperienza di una separazione che non coincide automaticamente con un abbandono improvviso, con qualcuno che sparisce senza spiegazioni oppure con una rottura piena di rabbia e silenzi.
Una buona psicoterapia, infatti, non dovrebbe trattenerti indefinitamente dentro la relazione terapeutica. Dovrebbe aiutarti, col tempo, a sentirti sufficientemente stabile da poter continuare il tuo percorso fuori dalla terapia, portando con te qualcosa che ormai è diventato parte della tua vita quotidiana: un modo diverso di guardarti, di stare nelle relazioni, di affrontare le difficoltà e di prenderti cura di te stesso.
Come scriveva Winnicott:
“Noi psicoterapeuti speriamo che i nostri pazienti concludano il loro rapporto con noi, ci dimentichino e scoprano che la terapia che ha veramente senso è vivere pienamente la propria vita.”
FAQ sulla psicoterapia
È normale sentirsi peggio dopo una seduta di psicoterapia?
Sì, può succedere. E spesso spaventa molto.
Molte persone iniziano una psicoterapia aspettandosi di uscire da ogni seduta sentendosi subito meglio, più leggere oppure più serene. Quando invece accade il contrario — ci si sente più fragili, più confusi, più emotivi o più stanchi — può nascere il dubbio che qualcosa non stia funzionando.
In realtà, alcune sedute continuano a “lavorare” anche dopo essere finite.
Una psicoterapia, infatti, non si limita a parlare dei problemi in modo razionale. A volte porta gradualmente alla luce emozioni, paure, ricordi o aspetti di sé che per molto tempo erano stati controllati, evitati oppure tenuti a distanza. E questo può creare una sensazione temporanea di vulnerabilità o disequilibrio emotivo.
Naturalmente questo non significa che la terapia debba far stare male o che soffrire sia automaticamente sinonimo di profondità. Ma un cambiamento autentico raramente avviene restando sempre dentro gli stessi equilibri interiori che, pur facendo soffrire, per anni hanno dato una sensazione di protezione, controllo o sopravvivenza emotiva.
Proprio per questo, quando dopo una seduta emergono dubbi, paura oppure il desiderio di interrompere il percorso, è importante riuscire a parlarne apertamente col proprio terapeuta invece di chiudersi, sparire o convincersi troppo rapidamente che “la terapia non funziona”.
Come capire se la psicoterapia sta funzionando?
Non sempre il cambiamento in psicoterapia è immediato o evidente. A volte i primi segnali sono piccoli ma importanti: un sintomo ha meno potere su di te, gli attacchi di panico diventano meno frequenti, l’ansia occupa meno spazio mentale oppure riesci ad affrontare alcune situazioni senza sentirti subito travolto.
Col tempo, però, il cambiamento spesso riguarda anche altro.
Potresti iniziare a mettere limiti senza sentirti continuamente in colpa.
A dire ciò che provi invece di trattenere tutto.
A trattarti in modo meno duro nei momenti difficili.
Oppure ad accorgerti che alcune relazioni ti fanno stare male e chiederti perché continui a restarci dentro.
La psicoterapia non cambia soltanto i sintomi. Può cambiare gradualmente anche il modo in cui vivi te stesso, le emozioni e le relazioni.
Quanto dura una psicoterapia?
Dipende soprattutto da cosa stai cercando di cambiare.
Ci sono momenti della vita in cui una persona ha bisogno di affrontare una difficoltà specifica: una separazione, un lutto, un periodo di forte stress, una crisi personale oppure lavorativa. In questi casi anche un percorso relativamente breve può essere molto utile.
Altre volte, però, la sofferenza non riguarda soltanto un episodio preciso, ma modi di stare nelle relazioni e di vivere se stessi che esistono da molti anni: la paura dell’abbandono, il bisogno continuo di approvazione, la difficoltà a mettere limiti, il sentirsi costantemente sbagliati oppure la tendenza a scegliere relazioni che fanno soffrire.
E questi aspetti non cambiano rapidamente soltanto perché una persona “capisce” qualcosa a livello razionale.
Per questo motivo alcune psicoterapie possono richiedere più tempo. Non per creare dipendenza dal terapeuta, ma perché certi modi di sentirsi e di stare al mondo si sono costruiti nel corso di molti anni e hanno bisogno di essere compresi e trasformati gradualmente dentro una relazione terapeutica stabile e significativa.
È normale voler interrompere la psicoterapia?
Succede molto più spesso di quanto si pensi.
A volte la voglia di interrompere compare dopo una seduta particolarmente intensa. Altre volte emerge proprio quando si inizia a stare un po’ meglio e nasce la sensazione di non avere più bisogno della terapia.
In alcuni casi, però, il desiderio di mollare il percorso può avere a che fare con qualcosa di più profondo: la paura di dipendere dal terapeuta, il timore di sentirsi troppo coinvolti emotivamente oppure la sensazione che la terapia stia toccando aspetti di sé che sarebbe più facile lasciare dov’erano.
Spesso questo desiderio non si presenta in modo esplicito. Si iniziano a rimandare le sedute, a dirsi che “ormai si è capito”, oppure che “questa settimana non è così importante andare”.
Naturalmente interrompere una terapia a volte è la scelta giusta. Non tutti i percorsi funzionano e non tutti i terapeuti sono adatti a tutte le persone.
Ma proprio quando nasce il desiderio di sparire, chiudersi o interrompere bruscamente il percorso, può diventare molto importante riuscire a parlarne apertamente col terapeuta invece di allontanarsi senza spiegazioni.
È normale arrabbiarsi col proprio terapeuta?
Sì. E spesso questa cosa spaventa o fa sentire in colpa.
Molte persone pensano che in terapia si debba sempre essere collaborativi, lucidi oppure “riconoscenti”. Per questo, quando emerge rabbia, delusione o la sensazione di non sentirsi capiti, la reazione più comune è chiudersi, minimizzare oppure pensare di interrompere il percorso.
In realtà, anche queste emozioni fanno parte del lavoro terapeutico.
Può capitare di sentirsi feriti da qualcosa accaduto durante una seduta, di avere la sensazione che il terapeuta non abbia compreso davvero ciò che si stava cercando di comunicare oppure di sentirsi messi a disagio da alcune osservazioni.
E spesso è proprio lì che la terapia diventa importante.
Per molte persone, infatti, rabbia, conflitto e delusione hanno sempre significato rottura, distanza oppure abbandono. Parlare apertamente di queste emozioni dentro una relazione terapeutica può permettere di fare un’esperienza diversa: scoprire che una relazione può attraversare anche momenti difficili senza dover necessariamente finire.
Parlare con uno psicoterapeuta è diverso dal parlare con un amico?
Sì. Anche se all’apparenza può sembrare semplicemente una conversazione, una psicoterapia funziona in modo molto diverso da un rapporto di amicizia.
Gli amici possono essere importanti, sinceri, presenti e capaci di aiutare nei momenti difficili. Ma in un’amicizia esiste sempre una reciprocità naturale: ci si ascolta, ci si sostiene e ci si prende cura l’uno dell’altro.
La relazione terapeutica, invece, è centrata su di te e sulla tua esperienza.
Non devi preoccuparti dei bisogni emotivi del terapeuta, proteggerlo oppure sentirti in dovere di “restituire” qualcosa sul piano personale. E questo rende possibile parlare anche di aspetti di sé che spesso, nelle relazioni quotidiane, vengono nascosti per paura di essere giudicati, rifiutati oppure fraintesi.
Inoltre il terapeuta mantiene confini precisi proprio perché la relazione terapeutica possa restare uno spazio stabile, sicuro e utile al cambiamento.
Ed è spesso dentro questa relazione diversa dalle altre che una persona inizia a vedere più chiaramente alcuni aspetti del proprio modo di stare con gli altri, di vivere le emozioni e di costruire i legami.
La psicoterapia serve davvero o sono solo consigli?
Molte persone immaginano la psicoterapia come un luogo in cui qualcuno più esperto dice cosa fare, come comportarsi oppure quali decisioni prendere.
In realtà una psicoterapia non funziona attraverso i consigli.
Un consiglio, anche quando è sincero e ben intenzionato, nasce inevitabilmente dalla storia personale, dal carattere e dal modo di vedere il mondo di chi lo dà. Ma ciò che funziona per una persona non necessariamente funziona per un’altra.
La psicoterapia cerca invece di aiutarti a comprendere più profondamente te stesso: il modo in cui vivi le relazioni, ciò che temi, le emozioni che fai più fatica a tollerare, alcune scelte che continui a ripetere oppure il motivo per cui certi sintomi compaiono proprio in alcuni momenti della tua vita.
Per questo motivo il cambiamento terapeutico non consiste soltanto nel “sapere cosa fare”, ma nel riuscire gradualmente a vivere se stessi, le emozioni e le relazioni in modo diverso rispetto al passato.
È normale piangere durante una seduta di psicoterapia?
Sì. Piangere durante una seduta di psicoterapia è molto comune e non significa essere deboli, fragili oppure “stare peggiorando”.
Molte persone, però, vivono il pianto con imbarazzo oppure con la sensazione di stare perdendo il controllo. Questo succede soprattutto quando si è abituati a trattenere le emozioni, a mostrarsi sempre lucidi o a nascondere gli aspetti di sé percepiti come più vulnerabili.
In realtà il pianto, in psicoterapia, non è qualcosa da evitare o da giudicare. A volte compare quando una persona riesce finalmente a parlare di qualcosa che per molto tempo aveva tenuto dentro. Altre volte emerge quando ci si sente compresi, toccati emotivamente oppure meno soli rispetto a certe esperienze della propria vita.
Naturalmente non tutte le persone piangono durante le sedute e non esiste un modo “giusto” di vivere le emozioni in terapia. Ma spesso il pianto non è un segnale negativo. Può essere, al contrario, il segno che alcune emozioni stanno finalmente trovando uno spazio in cui essere espresse senza vergogna o paura di essere giudicati.
È normale avere paura di iniziare una psicoterapia?
Sì. Ed è molto più comune di quanto si pensi.
Molte persone, prima di iniziare un percorso terapeutico, si chiedono se verranno giudicate, se riusciranno davvero a parlare di sé oppure se la terapia potrà aiutarle davvero. Altre hanno paura di sentirsi troppo vulnerabili, di perdere il controllo delle proprie emozioni oppure di scoprire aspetti di sé che preferirebbero non vedere.
A volte la paura riguarda anche qualcosa di più concreto: “E se non mi trovo bene col terapeuta?” “E se non riesco a parlare?” “E se stare peggio invece che meglio?”
In realtà avere dubbi, timore o ambivalenza prima di iniziare una psicoterapia non significa che non si sia pronti. Significa spesso che si sta per entrare in un’esperienza nuova e importante, che tocca aspetti profondi del proprio modo di stare al mondo, di vivere le relazioni e di guardare se stessi.
Ed è proprio per questo che iniziare una psicoterapia richiede coraggio.
Bisogna parlare per forza del proprio passato in psicoterapia?
Non necessariamente. E soprattutto non nel modo stereotipato che molte persone immaginano.
Una psicoterapia non consiste nel parlare all’infinito dell’infanzia o nel “dare la colpa ai genitori” per tutto ciò che si vive da adulti. Il passato interessa nella misura in cui continua ad influenzare il presente: il modo in cui vivi le relazioni, alcune paure ricorrenti, le emozioni che fai più fatica a tollerare oppure certe situazioni che continui a ripetere anche quando ti fanno soffrire.
A volte, durante il percorso, una persona inizia a chiedersi:
“Dove ho imparato a sentirmi così?”
“Perché faccio sempre così nelle relazioni?”
“Perché mi sento in colpa quando provo a mettere un limite?”
Ed è lì che il passato può diventare importante.
Non per trovare colpevoli, ma per comprendere come alcune esperienze abbiano contribuito a costruire certi modi di stare al mondo, di vivere se stessi e le relazioni.
Per molte persone questa comprensione rappresenta un passaggio fondamentale, perché permette di vedere che alcuni comportamenti o modi di reagire che oggi sembrano “naturali” sono in realtà strategie apprese molto tempo prima per adattarsi, proteggersi oppure sentirsi amati.
Lo psicoterapeuta mi giudicherà?
È una paura molto comune, anche se molte persone fanno fatica ad ammetterlo.
Chi inizia una psicoterapia spesso teme di apparire “troppo fragile”, “troppo complicato”, “sbagliato”, esagerato oppure difficile da aiutare. Per questo motivo molte persone, soprattutto all’inizio, cercano di mostrarsi più controllate, razionali oppure accettabili di quanto si sentano davvero davanti allo psicologo o allo psicoterapeuta.
A volte si vergognano di alcuni pensieri, di certe emozioni oppure di aspetti di sé che hanno sempre nascosto anche nelle relazioni più importanti.
Una psicoterapia, però, non funziona quando una persona cerca di essere il “paziente perfetto”.
Anzi, molto spesso proprio le emozioni, i pensieri o le parti di sé che si vorrebbero nascondere diventano aspetti importanti del lavoro terapeutico.
Questo non significa che il terapeuta approvi qualsiasi comportamento o che non possano emergere confronto, disaccordo oppure momenti difficili. Ma il compito di uno psicologo e di uno psicoterapeuta non è giudicare la persona che ha davanti, bensì aiutarla a comprendere più profondamente se stessa, la propria sofferenza e il modo in cui vive le relazioni e le emozioni.
È normale non riuscire a parlare subito in psicoterapia?
Sì. E spesso le persone si preoccupano inutilmente per questo.
Molti immaginano che iniziare una psicoterapia significhi riuscire immediatamente a raccontarsi in modo chiaro, profondo e spontaneo. Ma nella realtà, soprattutto all’inizio, può essere molto difficile trovare le parole giuste oppure sentirsi abbastanza al sicuro da parlare liberamente di sé.
A volte si ha paura di essere giudicati.
Altre volte si teme di sembrare fragili, confusi oppure “troppo”.
In alcuni casi, invece, una persona ha passato così tanto tempo a trattenere emozioni, minimizzare ciò che prova o mostrarsi sempre forte, da fare fatica persino a capire cosa sente davvero.
Per questo motivo il silenzio, l’imbarazzo, la difficoltà a parlare oppure la sensazione di “non sapere cosa dire” non sono necessariamente segnali negativi.
Anche queste difficoltà, col tempo, possono diventare parte importante del lavoro terapeutico.
Una buona psicoterapia non richiede di essere subito aperti, profondi o perfettamente consapevoli di sé. Richiede soprattutto la possibilità di costruire gradualmente uno spazio in cui sentirsi sufficientemente al sicuro da iniziare, poco alla volta, a raccontarsi davvero.
Come capire se mi trovo bene col terapeuta?
Sentirsi a proprio agio durante una psicoterapia non significa sentirsi sempre tranquilli o mai in difficoltà. Alcune sedute possono toccare aspetti profondi, far emergere emozioni intense oppure mettere in discussione equilibri personali che per molto tempo hanno dato una sensazione di protezione.
Per questo motivo sentirsi vulnerabili, emotivamente coinvolti o a tratti frustrati non significa automaticamente che il percorso non stia funzionando.
Ci sono però alcuni segnali importanti che, col tempo, aiutano a capire se la relazione terapeutica sta diventando uno spazio utile e significativo.
- sentirsi ascoltati davvero;
- percepire di poter parlare senza dover continuamente recitare una parte;
- avere la sensazione che anche le emozioni più difficili possano essere portate in seduta senza essere umiliati o svalutati;
- riuscire gradualmente a fidarsi;
- sentirsi liberi di parlare anche dei dubbi, della rabbia o della delusione verso il terapeuta.
Naturalmente non esiste il terapeuta “perfetto” per tutti. Ma una buona psicoterapia dovrebbe aiutare la persona a sentirsi, col tempo, sempre più libera di essere autentica dentro quella relazione.
La psicoterapia può davvero cambiare una persona?
Sì. Ma non nel modo spettacolare o immediato che molte persone immaginano.
Spesso il cambiamento psicologico inizia in modo graduale: una persona reagisce diversamente a certe situazioni, riesce a mettere limiti dove prima non ci riusciva, si tratta con meno durezza oppure smette di ripetere automaticamente alcuni comportamenti che per anni le hanno fatto soffrire.
A volte cambia anche il modo di vivere le emozioni e le relazioni.
Ci si sente meno travolti dall’ansia.
Meno dipendenti dall’approvazione degli altri.
Più capaci di riconoscere ciò che fa stare bene oppure male.
Più liberi di dire ciò che si prova senza vergogna o paura di perdere il rapporto con l’altra persona.
Questo non significa diventare qualcuno di completamente diverso.
Molto spesso il cambiamento terapeutico consiste, al contrario, nel sentirsi progressivamente più vicini a se stessi, meno costretti a vivere dentro ruoli, paure oppure modalità di adattamento costruite nel tempo per proteggersi o sentirsi accettati.
Conclusioni
Iniziare una psicoterapia richiede coraggio. Non solo perché significa entrare in contatto con la propria sofferenza, ma anche perché vuol dire mettere in discussione il modo in cui ti sei sempre guardato e raccontato.
Frasi come: “Io sono fatto così.” “Ho sempre reagito in questo modo.” “Non saprei fare diversamente.” “Mi hanno insegnato questo.” oppure: “Per me è impossibile”, possono sembrare rassicuranti, ma finiscono proprio col mantenere in vita quei sintomi e quelle difficoltà da cui vorresti uscire.
Lo scopo finale della psicoterapia non è diventare qualcuno di diverso, ma ritrovare il vero te stesso e permettergli di emergere senza timore.
Potrebbero interessarti anche
Post scritto da Leonardo Paoletta
Psicologo e psicoterapeuta Monza.
Sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed Analista Transazionale.





































